Queste sono poesie che verranno pubblicate nel prossimo libro:"Animati". Sono poesie dettate dall'ispirazione e non troppo eleborate, per non perdere la freschezza del primo impatto. Sono poesie visionarie, che non hanno attinenza con il reale.
Vanno bevute in un fiato, senza a starsi troppo a chiedere cosa vogliono dire; ma bisogna immergersi nelle metafore, nelle immagini, nei contesti e goderne così, come ne ho goduto io che le ho scritte di getto, come dettate da un'entità invisibile che mi fa molto piacere ritrovare ogni volta.
Sono pubblicate nel nuovo libro."Animàti" che è appena uscito e che troverete a questo link
Date un'occhiata ne vale la pena!...
Ah! l'affanno è una pagina che s'apre,
nero invito, il tuo cuore è uno schianto
a cui non si regge, la tua parola
è un murmure assassino e la tua nota scuote il margine del sogno:
non hai presentato che la fine dell'invio
e la tua soma è già morte; denso e palpitante il mistero
s'avvinghia sulla luce già corsa, silente
la connessione richiede indietro tutti i suoi richiami
e prende fuoco l'attimo che perse
la voce dell'avvertimento: misurare è lo stesso che vedere
non rinuncia al conto la fuga dell'armonia
e pure un mare di sasso ha un suono che corrode
e torna, intatto, dal centro.
Risveglia, il cuore di sasso, tutte le sue parole,
fruga nel vento la brama e la voce non è ancora persa:
richiedendo tutte le fini e tutti gli inizi il mare apre l'estensione,
all'infinito corrono i silenzi e il respiro che affama: sei partito
e non vedi più niente, il nero attosca il desiderio,
la luce corre; ma svela dei binari non suoi;
parte da lontano l'armonia; ma non penetra il segreto;
non ti ha mandato l'intimo e non hai rivelazioni,
solo la morte lenta del sonno spalanca le paure:
c'è un risveglio al di là del muro, forse una foce, forse il pavido
percorso che si tramuta
in qualcosa di diverso.
Amore, richiama una cruna pel vento,
amore, disfati ancora nel refolo della follia,
ciò che non è distrutto chiama dalle viscere vuote del tempo,
ciò che non è distrutto cerca il fondo che affama l'armonia.
Parlami del croco azzurro che si riversa, animato, sul sole,
il mare lo corrompe e lo rileva soffuso dalla cometa del sogno,
la prora disarmante è un truciolo di luce che s'inargenta d'immenso,
la voce, la tua voce mi si sfrena attraverso, m'inabissa nelle violacee cure del senso.
Ammoniti, i calici riverberano gli strali del centro,
rianimate, le baie annerite s'azzurrano di avida gelosia,
deliberato, un segno esplode e trapassa il calco del dentro:
parlami, e, come una rosa,
sboccia.
Centro nel murmure vuoto il mio sogno d'amore; sospiro
che diviene respiro, mare che si copre di vene, antico
che non è mai regalato, sguardo che s'impone e che esige la vasta meraviglia:
lontano galleggia il vascello che incanta, muraglia
che predice le pene, verbo che ha un tempo solo
che si districa col sangue e nel sangue si rapprende:
l'anfratto silenzioso dove tutto si perde
si anima d'avvento, l'armonia si distende
facile preda del denso, della rimembranza più attesa,
dell'invito che si precipita come un vasto incorrotto
animato dal sale dell'imprevisto e regolato dalla gogna della prova,
stagliato sul pronao della fine, perchè regali stelle
e ampiezze senza limiti.
Arsa la rocca instabile, flemmatico il succo che ne viene
al limite dell'inferno staziona lo sguardo folle della pena,
mio amore non guardi, non guardi, non guardare; perchè c'è un confine anche al sogno,
perdoniamo al gesto ispirato che diviene pazza pretesa, sorgente di fuoco
che diviene litania, tu centri il passo che non si regola
sfuggi come un boato che sfuma lontano, preludio
al vento che sconquassa i vertici, alla paura
che non è mai dichiarata, all'incrocio che divide
e decide la zolla amara!
Prendimi e intona quel che non si può inventare,
un flutto amaro di sangue e una sorgente virata
sul conto rabido del dentro che esplode, riarmato
ad affrontare tutte le spire, parlami
e influenza la fine,
quel ritaglio attossicato che pure
cela sogni e aperture nei suoi confini
per una notte dissennata e fulgente.
Raggela, il cupo cantico emerso
piovendo, come una parola, sulle rapide croci del senso:
corri e dì una parola, divora e connetti le tue brame,
nullifica, e spiana le voci del tempo: parlerò, nera come la follia,
per ricordarti che esiste un approdo,
per ricordarti che esiste un calice che inonda da dentro
con tutta, tutta l'esplosione del mondo.
Dove la legge non vige,
dove devasta il sogno il tragico rogo che annette,
dove ogni angolo riporta a uno sguardo inciso nella parola,
là si colloca il chiaro asfodelo che trova
la muta armonia che arriva dove non è possibile:
ciò che scandisce col senso il celeste che si ritrova
è l'animato invito che genera fuochi dal niente
e li ributta, celeri, a reclamare senso
e finalità; reso il continuo del fondo,
resa fragile la parte che non si consola, reso
lo strenuo avvallo del fulcro, il pelago ammansisce
la favella, come un'ora senza bordo,
come
un invito senza ospiti,
come una sentenza
senz'occhi.